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16 giorni a spasso negli States in moto…. il Teo

(un po lunghino ma si sa.. il Teo è persona precisa e meticolosa….)

Quando Marco l’aveva buttata lì, più o meno tre anni orsono, era sembrato a tutti uno scherzo.

In realtà era un pezzo che ci pensava: prima o poi  il nostro annuale moto tour si sarebbe svolto negli USA.

Il “paletto” era stato fissato entro il 2015, perché aveva sentenziato:

“Nella vita non si sa mai e continuando a rimandare, le cose poi non si fanno più!”.

Considerando le problematiche legate alla burocrazia risulta estremamente complicato trasportare le proprie moto aldilà dell’Atlantico, quindi l’unica alternativa possibile è noleggiarle negli States.

Impegnativo l’itinerario, disegnato in 5 stati: Nevada, Arizona, Colorado, Utah e Wyoming.

I luoghi e le attrattive quelli del classico west, dal Grand Canyon alla Death Valley attraverso i parchi nazionali più conosciuti, per un totale stimato di 5000 miglia nei 19 giorni disponibili che in realtà erano 16 considerando i tempi di trasferimento. Il numero dei giorni stabiliti aveva da solo operato la selezione delle adesioni. Del solito gruppo, gli ammogliati avevano da subito alzato bandiera bianca pena l’evirazione durante il sonno all’interno dal talamo nuziale (voluta la bici? Adesso pedala!). Quindi i tre che al termine avevano potuto sottoscrivere l’ambizioso progetto sono stati Marco (il road book umano), Andrea (l’elfo bergamasco) ed io (il vecchietto).

Immediatamente Andrea :

“Io mi prendo una Harley. L’America si gira con l’Harley e voglio anche la radio !”

Ma porcaccia miseria sei alto uno e quarantadue e pesi 65 kg cosa vuoi “harleare”, ma pigliati una moto leggera no? Niente da fare. E neppure uno Sportster, la più leggera delle HD, bensì un pachiderma: la Street Glide. Marco ed io opteremo per le più maneggevoli ed economiche Honda NC700 X anche se la scelta non si rivelerà certo fra le migliori. Attraverso quattro briefing serali avevamo esaurito on line tutte le incombenze: prenotazione dei voli, delle moto, dell’hotel a Vegas la prima notte, stipula delle assicurazioni private, ESTA e quant’altro. Marco aveva procurato i dollari, un migliaio a testa, per le emergenze over carta di credito. All’ultimo istante Eaglerider, la società di noleggio,  aveva comunicato l’indisponibilità di una delle Honda e quindi ci sarebbe stata affidata una Triumph Tiger 800 senza addebitarci sovra costi. Deciderà di prenderla Marco e si rivelerà una mossa azzeccata. Gli ultimi giorni prima del fatidico 3 settembre erano trascorsi da parte di tutti noi in letterale “fregola”. Il volo di andata è previsto per le 10.30 quindi alle 06.30 i ragazzi sono già sotto casa per caricarmi. A Malpensa stiamo nei tempi tecnici di imbarco alla grande e non abbiamo problemi di nessun genere. Il volo parte regolarmente, sono previste 9 ore per arrivare a New York più altre 5 per raggiungere Vegas. I voli sono una palla straziante ma lo sappiamo e ce ne facciamo una ragione. Il fatto di essere seduti vicini, cazzeggiando e chiacchierando, aiuta un po’ ma gli spazi sono angusti ed i sedili scomodi. La compagnia aerea è  Alitalia ma il volo è in concessione alla  Delta Air Lines. Il livello di servizio di una compagnia probabilmente lo si nota anche dall’aspetto del personale di bordo oltre che dalla qualità del cibo. Ed infatti quando le hostess passano per controllare ed eventualmente chiudere i vani portabagagli rimasti aperti, le ascelle pezzate sulle loro camicette bianche non mi fanno ben sperare. La riprova l’avrò, come accennavo, dalla qualità del cibo. Unica nota positiva: chiediamo un whisky dopo il pranzo e anche se viaggiamo in economy ce lo concedono. Arriviamo comunque puntuali al JFK ed il reimbarco per il McCarran di Vegas ci fornisce la prima dimostrazione di paranoia americana sulla sicurezza. Non basta il consueto passaggio sotto il metal detector, ci fanno togliere anche le scarpe che come si sa è il posto migliore per nascondere bombe e perfino le infradito di Andrea sono trattate alla stregua di una normale calzatura (?) Del resto nulla si presta meglio delle infradito per nascondere plastico o esplosivo in genere. Una balena con parrucca travestita da agente aeroportuale mi fa cenno di avanzare attraverso la porta ma nel mentre vorrebbe  passare dalla parte opposta :

“Ma brutto cetaceo demente, se la porta è larga due metri e solo tu sei un metro e mezzo di circonferenza, come facciamo a passare  insieme?”

Un cinese troppo anziano, anch’esso con divisa aeroportuale, ci scheda come delinquenti. Oltre alle impronte digitali delle dita di entrambe le mani, ci indica di metterci in posa per la macchina fotografica. E meno male che abbiamo il passaporto elettronico! Venti minuti a testa per ottenere un maledetto timbro d’entrata, 5 dei quali solo per apporvi sopra anche la sua firma: una specie di ideogramma in pratica. Atterriamo puntuali a Vegas in un caldo fastidioso. Un taxi ci trasporta al Riviera dove abbiamo prenotato la stanza per la notte. Mi partono i primi tre dollari di mancia per l’autista , tre dollari che avevo conservato dal viaggio di mia madre in Russia 40 anni orsono e che sono finalmente tornati buoni. Mi assicurano che il dollaro non va mai fuori corso, quindi dò per scontato che siano ancora utilizzabili. Nel caso così non fosse non sentirò mai comunque gli accidenti del tassista che ha preso i soldi senza neppure guardarli. Nel raggiungere l’ascensore dopo la registrazione alla reception notiamo alcune slot machines occupate da bizzarri personaggi. I posacenere ricolmi di mozziconi ed i bicchieri vuoti al loro fianco ci suggeriscono che sono seduti su quelle sedie da ore. Ci rinfreschiamo con una doccia anche se l’afa che aleggia sulla città ha fatto chiaramente intendere a che temperature dovremo adeguarci. Facciamo una passeggiata per Vegas. Il Riviera, pur tappezzato di foto di grandi cantanti del passato quando probabilmente aveva un appeal diverso, è piuttosto lontano dal centro, o meglio dal punto in cui sono concentrati tutti i grandi casinò. Scarpiniamo per qualche ora a zonzo per marciapiedi e negozi. Più tardi a cena faremo conoscenza con quello che sarà il “menù americano standard” che tutto osserva tranne che una dieta mediterranea. La stanchezza per il viaggio si fa sentire ma affronto la prima notte americana senza sapere che saranno tutte notti “incomplete”. Ho dato la colpa alla solita fregola ma alle 05.00 sono sveglio! Mi rigiro nel letto ma non riesco a riprendere sonno. Andrea sembra soffrire della mia stessa sindrome, quindi decidiamo di scendere nella hall per fare colazione lasciando dormire Marco il quale nel corso di tutta la vacanza si rivelerà, con somma mia invidia, più un pitone che un uomo. Alle 06.00 già diverse slot machines sono occupate. O per meglio dire, non sono mai state liberate! E si nota subito chi ha trascorso la notte giocandoci.

“Idioti – penso – ma non sapete che vincono sempre i casinò !”.

La prima colazione americana mi consente di evitare uova e beacon; vado di brioches e caffè macchiato, caffè per modo di dire ovviamente, qui si sa il “beverone americano” la fa da padrone. Dopo colazione ci avviamo finalmente al ritiro delle due ruote. L’impiegata del centro Eaglerider Honda di Vegas è una giovane orientale carina oltre che molto cordiale. Percepiamo immediatamente che di moto non capisce una beata cippa ma non importa a noi interessa entrarne in possesso il prima possibile e andarcene. Trasliamo i nostri indumenti nelle motoborse e bauletti lasciando le nostre valigie in deposito. Espletiamo le operazioni burocratiche ma dobbiamo sorbirci un incaricato Eaglerider che ci illustra il funzionamento delle moto. A noi!? Dopo qualche minuto perdo la pazienza e gli dico che siamo motociclisti da una vita. Capisce cosa intendo e la smette. Andrea ci raggiunge con la HD appena ritirata dal centro Eaglerider attiguo, noto che tocca sulle punte dei piedi e snocciolo la prima preghiera:

“Gesù, vedi come sta in moto questo? Di tanto in tanto guarda giù per favore”.

LUI lo farà, probabilmente spesso, anche se una volta non guarderà quello che combinerò io.

Ci avviamo finalmente fuori città. Marco con la fida cartina stradale ed Andrea con il cellulare che funge da navigatore satellitare assicurano entrambi affidabilità.

VIA! Il tour ha inizio! Ci lasciamo velocemente alle spalle il caos della città ed imbocchiamo la noiosa Interstate 15 in direzione di Mesquite prima e di St.George in un secondo tempo. Il percorso è parecchio lento e noioso, ma ci permette di  “assaggiare” l’ambiente americano. Bisogna peraltro essere prudenti, ci hanno raccontato di controlli serrati sui limiti di velocità e di agenti di polizia severissimi. Ci accorgeremo ben presto che sono tutte panzane. Ci sorpassano tutti e molto allegramente. Svoltiamo sulla US9 in direzione di Hurricane e poi sulla US59  fino a deviare sulla US389  in direzione di Kanab, nello Utah, dove arriviamo verso le 18; qui ci fermiamo per la notte. Le prime strade percorse non ci hanno entusiasmato troppo ma siamo felici di essere negli States. Facciamo conoscenza della  prima cittadina di campagna. Si riveleranno un po’ tutte uguali, caratterizzate dal disegno basso e largo (gli spazi lì non mancano), stradoni con carreggiate oltre misura e case fatte di legno e lamiere. I rifornimenti di carburante si svolgono in maniera differente che in Europa. Negli States prima paghi e poi eroghi il carburante. Con contante o carta non importa ma prima paghi. Quindi devi stimare quanti litri, o galloni per meglio dire, ci staranno nel serbatoio. Ciccheremo solo la prima volta poi ci abitueremo in fretta a conoscere i serbatoi delle nostre moto. Da quelle parti tra l’altro i distributori di benzina non sono frequenti come da noi. Spesso accade che il successivo sia a 100 miglia di distanza, di conseguenza è sempre meglio essere prudenti e fare il pieno ad ogni occasione anche se si ha mezzo serbatoio ancora disponibile. Troviamo posto per la notte in un motel molto carino. La hall sembra una grande casa in stile western, scopriremo poi dalle foto appese all’interno che moltissimi divi di Hollywood  in passato hanno soggiornato nelle sue camere durante le riprese dei film girati in zona. Foto autografate e non di John Wayne, James Stewart, Alan Ladd, e persino la mia preferita in assoluto: Ava Gardner. Ci tocca la stanza dove campeggia la locandina de “La freccia spezzata”. Nel grande cortile c’è persino una costruzione adibita a cinema all’interno della quale si possono vedere vecchi film western proiettati in continuazione. Ceniamo presso un ristorante messicano che non rende una buona impressione anche se il cibo sarà discreto. Il programma del mattino prevede di essere operativi alle 08.00 e più o meno rispetteremo sempre la consegna con sommo dispiacere di Marco che se potesse traslerebbe tutto di un’ora e più. Le moto viaggiano a dovere anche se la mia Hondina è un po’ una delusione. Sembra uno scooter, sapevo che la “cavalleria” era ridotta all’osso ma mi aspettavo un po’ più di brio. Funziona come un orologino ben inteso ma regala emozioni di guida pari allo zero. Mi ricorda parecchio il parallelo della Rotax che montano le F 800 BMW, un frullatore, ma in peggio. Mi stupisco che questa motina,dopo il BMW GS, sia la più venduta in assoluto in Italia. Sarà perché la si usa per andare al lavoro tutti i giorni ed all’occorrenza per una gita fuori porta ma soprattutto sarà per via del basso prezzo d’acquisto. Mi sembra la ragione più plausibile, forse l’unica. Mi desto che albeggia e con fatica non resisto più di una mezzoretta prima di alzarmi. Questa purtroppo sarà la regola della sveglia di ogni mattino per tutta la vacanza, almeno per me. Non ho ancora capito se per causa del fuso orario o altro ma sta di fatto che in una fascia compresa dalle 04,30 alle 05,30 mi sveglierò regolarmente senza più poter riprendere sonno. E’ pur vero che la sera a causa della stanchezza per le miglia percorse alle 10,30 già mi calavano le palpebre. Andrea in ogni caso mi segue a ruota e sempre di buon’ora ci avviamo per la colazione. Meno male che i gestori dei motel americani si riveleranno tutti mattinieri. Assaggiamo le più spettacolari uova strapazzate di tutta la vacanza con beacon ed altre “leggerezze” del genere. Ci siamo preoccupati del pieno di  benzina la sera precedente quindi non ci resta che caricare i bagagli e partire. Non prima però di essermi fermato in uno store lungo la strada per acquistare un qualcosa di idrorepellente. Già, mi sono dimenticato la tuta antipioggia a casa. Mi sono portato il kit antiforatura, il kit del pronto soccorso, il kit contro gli attacchi di panico e non l’antipioggia! Notevole eh? Le due gocce della sera prima mi avevano suggerito che la lacuna andava colmata per tempo. Meno male che le ho ascoltate! Ma non anticipiamo troppo i tempi. Il secondo giorno di viaggio prevede il trasferimento verso il Grand Canyon National Park. Lo affronteremo da nord (il North Rim), dalla parte dello Utah. Marco ed io ci scambiamo le moto. Ho così l’opportunità di testare la Tiger 800. Percorriamo la US89 in direzione di Page, raggiungiamo Antelope Pass e poi Jacob Lake dove ammiriamo la spettacolare diga che lo forma. Cominciamo a “rodare” le macchine fotografiche che al termine della vacanza ne avranno fatto di lavoro, poco meno di 3000 scatti complessivamente, soprattutto quella di Andrea. Il fermo in coda per lavori sulla strada ci permette di conoscere Robert, un ragazzone del luogo che sentendoci parlare riconosce la lingua italiana e scende dall’auto cominciando a raccontarci della sua esperienza vissuta anni prima fra Roma e Padova dove era in missione per conto di Dio (come predicatore della chiesa evangelica). Non è vestito come i Blues Brothers ma sono trascorsi 20 anni ed in più con sto sole……

Ci saluta sottolineando che l’Italia gli è rimasta nel cuore:

E ti credo che ti è rimasta nel cuore – penso – vivete fra i sassi e crotali e in più mangiate da schifo”.

Ci fermiamo per il rifornimento di benzina e acqua, il secondo liquido indispensabile per viaggiare con queste temperature. Un vecchio meccanico, ad occhio passa la settantina, secco come un chiodo è alle prese con un non meglio identificato guasto ad una ruota di un’auto fuori l’officina attigua alle pompe. Officina in effetti è un termine un po’ forzato. In realtà è un mix fra un rigattiere e uno sfasciacarrozze. Ad un certo punto il tipo, canottiera  bianca padellata tipo mago Oronzo e immancabile mozzicone spento a lato bocca, collassa e sembra implodere. Si sdraia a terra sulla schiena e boccheggia:

Bon – penso – ci siamo, se ne sta andando. Chiamiamo un prete prima che sia troppo tardi”

Il tempo di recitare un “Pater Noster” ed il vecchietto si rimette seduto e dall’alto del vigore dei suoi cinquanta chili torna ad armeggiare sulla ruota dell’auto. Inutile sottolineare che il mozzicone alla bocca non si è mosso di un millimetro. Come fosse  incollato con il Loctite. Perdiamo una mezzora per ammirare un improvvisato raduno di auto d’epoca anni venti/trenta  veramente tenute in modo maniacale. Impeccabili dentro e fuori. Bellissime! Ci rimettiamo in marcia e Andrea inizia ad utilizzare l’indice della mano destra scattando foto in tutte le posizioni consentite stando in sella. Il cruise control della sua HD gli permetterà cose inenarrabili, da ritiro immediato della patente, con scatti in movimento a qualsiasi cosa si possa inquadrare; noi compresi. Percorriamo l’interminabile US89 e finalmente giungiamo ad ammirare il Gran Canyon. Ci siamo procurati, con 80 dollari a testa, l’abbonamento all’entrata dei vari National Park (validi quasi per tutti). Lo spettacolo offerto è stupefacente. Ormai siamo abituati a vedere sui nostri tv da 40 e più pollici documentari di altissimo livello qualitativo, con riprese aeree e primi piani veramente eccezionali ma quello che offre questa meraviglia della natura a tu per tu non trova aggettivi per poter essere descritta a modo. Bisogna vederla dal vivo. Punto. Cogliamo al volo la possibilità di poter alloggiare all’interno del parco in uno dei piccoli cottage che a decine punteggiano l’area. Abbiamo tutto il tempo di scaricare le moto, rinfrescarci, passeggiare per il parco ammirando lo spettacolo offerto e scattare un buon numero di foto. Il cielo però si sta rannuvolando minacciando acqua. Il temporale infatti arriverà ma sul tardi, dopo che avremo cenato con una ruota di pizza, solo accettabile, e tre buone birre di produzione locale. Due parole sulla birra americana. Le varie Miller e Bad fanno pena; bisogna optare per le IPA, le luppolate, che non sono affatto male, corpose e con un retrogusto amaro ma gradevole. Andrea, che è un esperto, ha subito operato i test di rito nelle sue perlustrazioni pre serali senza sbagliare un colpo. Tuoni e fulmini arrivano ma noi siamo già sotto le coperte. Ho giusto il tempo di ripensare alla giornata trascorsa. Riflessione sulla Triumph 800: gran bella motina. Esteticamente potrà piacere o meno ma il motore è notevole. Elasticissimo, permette di passeggiare sempre in sesta marcia senza mai scalare. “Mura” un po’ troppo presto in velocità massima ma è comprensibile considerata la tipologia di moto. E’ alta da terra ma il serbatoio è disegnato bene, avvolge perfettamente le gambe e non si fatica a toccare terra con le piante dei piedi, perlomeno per piloti con altezze nella media. Anche i consumi sono più che buoni, non sono da record come per il bicilindrico Honda ma non ci si può lamentare. Il cupolino è striminzito ma si può montare quello più alto come optional. In più è stabile in curva nonostante un’agilità insospettabile. In poche parole un acquisto azzeccato per chi vuole una endurina tri cilindrica di qualità ad un prezzo accettabile. Il mattino dopo la sveglia per me è intorno alle 6, il cielo è bellissimo e l’aria frizzante. Lo stesso locale dove la sera prima abbiamo consumato pizza e birra ci offre l’opportunità di una rapida ed anonima colazione. Marco ci raggiunge più tardi come sempre ma per le 8 siamo operativi e pronti alla partenza. Rientro in possesso della mia Hondina e riprendiamo la US89 direzione Kanab con l’intento di raggiungere Bryce Canyon. La strada è bellissima, un toboga misto largo con un bel fondo stradale che mi permette di mettere  moderatamente alla frusta la moto. La bicicletta non si comporta male. E’ precisa nelle traiettorie anche se tenta sempre di allargarle complici le sospensioni tarate sul morbido. La butti di qua e di là come ti pare; sembra sempre però che il motore sia impiccato pur viaggiando a velocità modeste. Sulla AM12 proseguiamo in direzione Torrey dove abbiamo intenzione di pernottare. Non che Torrey valga la pena in particolare modo ma quadra con il numero di miglia percorse e l’ora per fermarci è quella giusta. Il motel sulla strada non sembra fantastico ma capita a fagiolo. I motel da quelle parti si riveleranno sempre puliti e di livello più che sufficiente. Dai motel6, quelli più economici (15/20 $ a testa), testato solo una volta per disperazione, ai motel8 di uno step (ma anche due) superiori (25/30 $ a testa). Questi quelli delle “catene” più conosciute. Poi ci sono gli altri “In” per qualche dollaro in più, fino ad arrivare in progressione ai 100 $ a testa per i più cari. Notiamo per la prima volta che la catena della Honda è un po’ troppo lasca. Non l’ho controllata quando ho ritirato la moto e mi sorge il dubbio che la guida allegra l’abbia strapazzata un po’ troppo. Ci scambiamo le prime impressione sul continente americano ma più che altro su usi e costumi un tantino diversi dai nostri. Nulla da segnalare sulla cena né tantomeno sulla colazione anonime entrambe. Ripartiamo il mattino dopo imboccando la US24 direzione Hankville. Nel bel mezzo del percorso, su una strada diritta come un fuso con il nulla a destra e a sinistra, ho giusto il tempo di capire che Andrea mi segnala che è scesa la catena dalla corona. Fortunatamente senza conseguenze per il conducente! Non me n’ero neppure accorto essendo in fase di rilascio. Ci fermiamo e ci metto un secondo a riposizionarla talmente è molle. Come spesso verificheremo nei giorni a venire, nel bel mezzo di questi nulla non c’è neppure campo per i cellulari, non ci perdiamo d’animo ed operiamo la prima regolazione ma con la dotazione ferri della Triumph perché nella Honda c’è solo un cacciavite (!) Colpa mia che non ho controllato alla partenza ma ciò mi fornisce un primo segnale del livello di professionalità di Eagleriderhonda di Vegas. E meno male che Andrea ha con se la propria pinza multiuso altrimenti…..Con cautela per raggiungiamo un benzinaio ove rifornirci, mangiare e telefonare al noleggiatore per informarlo. La prima risposta ricevuta è quella di “tirare la catena”!

“Ma va? Brutto pirla, che ti credi che abbiamo fatto!”.

Riusciamo a convincerli che la catena andrà sostituita dopo l’accaduto. Il programma prevede di raggiungere il primo centro convenzionato dove effettuare l’operazione. Il luogo stabilito è Price uno sperduto paese che potremo raggiungere imboccando la Interstate70 e poi la US191. Vi arriviamo nel tardo pomeriggio e considerando che l’appuntamento con il mecca è per la mattina dopo, ne approfittiamo per rilassarci un po’ con una nuotata nella piscina del motel stemperando così la delusione. Rilassarci non certo per merito del gestore, un mezzo indiano simpatico come un mazzolino di ortiche nelle mutande, il quale sostiene di provenire dalla California, stato nel quale poteva tranquillamente rimanere per altro, e che sembra divertirsi un mondo nel rompere i maroni ai clienti, di qualsiasi nazionalità essi siano. Facciamo una passeggiata per la cittadina cogliendo l’occasione per scoprire dov’è situata l’officina; è ovviamente chiusa essendo domenica, ma così il giorno successivo andremo a colpo sicuro. Abbiamo la possibilità di osservare da vicino le case. Appaiono veramente assemblate con il vinavil e sembrano crollare da un momento all’altro. Fra legno per le pareti e lamiere per i tetti, ti stupisci come riescano a non smontarsi soltanto bussando alla porta. Ne fotografo una in costruzione: tutte colonnine di legno e pannelli di compensato. L’unica muratura che si vede è data dalla gittata di cemento per le fondamenta. Ne incontreremo persino due già montate e pronte per la consegna a bordo di TIR dedicati per il trasporto. Decidiamo di entrare in un bar per farci una birra dopo la lunga scarpinata. I bar, lì, puoi soltanto immaginare che siano bar. L’unica scritta che vedi è OPEN, tutto il resto è oscurato. Poi entri e trovi quello che trovi. Nel nostro caso ci capita una proprietaria che sembra uscita da un film pulp. Il locale non sarebbe male tutto sommato. Alla parete, su una mensola chilometrica, ci sono tutti o quasi i caschi delle squadre della NFL. Un paio di tizi anonimi guardano la partita in tv e tre donne bevono per i fatti loro. Ordiniamo ed il nostro intercalare atipico per il luogo attira l’attenzione delle ragazze che chiedono da dove arriviamo ma soprattutto che cazzo ci facciamo in una sperduta (e deprimente) cittadina dello Utah. Spieghiamo la situazione e chiacchieriamo un po’, o meglio Andrea e Marco chiacchierano perché io su dieci parole ne capisco due. Una delle tre avventrici, molto carina, l’unica accompagnata peraltro, paventa una parentela italiana della quale ci frega poco ma soprattutto ci frega ancora meno delle attenzioni della più in età delle tre, la quale palesa mire ben più pericolose. Considerando che l’età della tipa si avvicina alla mia, i miei due compagni di viaggio mi osservano in un modo che non mi piace per niente:

“Non pensateci neppure!!”- li anticipo.

“Eh, ma che figura ci facciamo? E la nostra nomea di italiani latin lovers?”- risponde Marco

“Me ne frego della nomea – replico – già faccio fatica con quelle decenti, figurati con una pantegana del genere”.

Decidiamo di andarcene nonostante la tardona esca con noi con l’intento di darci un passaggio fino al motel. Decliniamo l’offerta, deludendola, ma temendo avances ben peggiori. Ceniamo presso un locale presso il motel giusto aldilà della strada. Non che la scelta negli States sia varia ma scopro la “chef salade”, dove basta togliere il prosciutto o pollo per ottenere la classica insalata mista. Benissimo, la carne mi piace poco quindi se posso evitare di mangiarla tutti i giorni non posso che esserne lieto. L’olio extravergine di oliva da quelle parti non sanno neppure cosa sia, quindi mi limito a un bel niente per ciò che riguarda il condimento, suscitando sempre lo stupore di chi mi serve. Meno male che la solita birra IPA ci aiuta nello sconforto culinario generale. Ad un certo punto Andrea sparisce nel bar sotto il ristorante. Era in perlustrazione in cerca di un bourbon; lascio Marco alle prese con il conto e scendo per indagare. Lo trovo insieme ad uno strano tipo, con canonica maglietta HD, baffoni grigi e bicchiere a latere, con il quale discute di catene di moto. Il tipo, Jack, dopo aver terminato lo sproloquio chiude il discorso con un bel “good luck” riferendosi all’officina “Tony Basso” alla quale la mattina successiva dovremo portare la Honda per la riparazione. Evidentemente non possiede una nomea degna di stima; verificheremo che sarà la verità. Il mattino dopo puntuali all’orario di apertura ci presentiamo in officina. Una telefonata a Eagleriderhonda di Vegas fatta dall’impiegata, carina ma che se dovesse tirare una folata di vento improvvisa sparirebbe in un attimo allo zenit, ci permette di sostituire la catena con perdita di tempo tutto sommato accettabile. I miei compagni di viaggio mi fanno notare che la stessa è troppo tesa però e quando salgo in sella non ha gioco per niente:

“Ma Cristo santo, che razza di mecca!” Ecco perché Jack la sera precedente……

Facciamo regolare il gioco catena e ripartiamo. Imbocchiamo la US191 direzione Dukesne,Vernal e poi in direzione di Green River con l’intenzione di sconfinare in Wyoming. Finalmente vedremo le grandi praterie, quelle che un tempo erano disseminate da centinaia di migliaia di capi di bisonti. Un tempo. Ora per trovarli, se non hai una botta di fortuna come noi che ne abbiamo trovati cinque in un recinto, bellissimi, devi andare fino a Yellowstone Park. A proposito, il briefing della sera precedente aveva decretato che, nostro malgrado, considerate le distanze, Yellowstone non si sarebbe potuto fare. La delusione per me è stata cocente devo ammetterlo. Avrei sacrificato qualsiasi meta  per non rinunciare a quel parco ma il nostro “road book umano” ha sentenziato che le distanze sono troppo marcate. In effetti consultando la cartina ce ne rendiamo conto ma rimango dell’avviso che avremo dovuto provarci. Eliminare un paio di giorni di giri in giro ma provarci. Ho passato la vita a pensare ai grizzly, ai lupi e ai cervi giganteschi di quel parco……ma cazzo ! Mica mi si può tarpare le ali in questo modo.

La prateria del Wyoming è impressionante. O meglio ciò che impressiona è sempre la stessa cosa. La perdita d’occhio all’orizzonte, decine di miglia senza vedere una cippa di casa. Solo ciuffi d’erba e palizzate. Nel primo pomeriggio, appena dopo il pranzo, un hamburger che mi basterebbe per tre volte con altrettante patatine fritte, riprendiamo la strada del ritorno verso lo Utah. L’intento è quello di fare tappa per la notte a Vernal ed affrontare il Colorado la mattina dopo. Ci fermiamo in uno store giusto sul confine fra i due stati per scattare qualche foto ed acquistare una bottiglia di bourbon. Le previsioni meteo non promettono nulla di buono ed infatti arriviamo che già pioviggina. Ma non è nulla rispetto a ciò che ci attenderà il giorno dopo! Ceniamo in un ristorante messicano caratteristico nei suoi colori pastello ma anche qui non vedono l’ora di buttarci fuori appena terminato. Gli americani hanno la fobia di presentarti il conto. Magari avresti la voglia di prendere qualcos’altro ma mica fai in tempo a pensarci; ti distrai un attimo e tac, ecco il conto. Senza parlare poi della difficoltà per lasciare la mancia correggendo lo scontrino che ti viene portato. Troppo semplice lasciare qualche dollaro; se paghi in contanti va bene ma se usi la carta di credito sono guai. Devi indicare quanti dollari di mancia vuoi lasciare scrivendo sullo scontrino la percentuale. Un casino all’americana insomma. Pioverà tutta la notte ed il mattino successivo ipotizziamo che il cielo si sia ben scaricato; poveri illusi! La pioggerellina che ci accompagna alla partenza non smetterà per tutto il giorno. Imbocchiamo la US40 direzione Dinaser e poi per Loma. Sarà il grigiore che ammanta tutto ma il paesaggio mi appare lunare. La prima sosta, non dettata dalla voglia di fermarci che pure c’era ben prima di entrare in Colorado, sarà fortuita ed impedita soltanto dal fatto di non aver trovato uno straccio di riparo prima. Quando lo troviamo però ormai siamo ben bagnati. Attendiamo un’oretta abbondante ma poi considerando che la pioggia non smette ci rimettiamo alla guida. Una nota sui dannatissimi “flash flood” bisogna porla. I maledetti appaiono all’improvviso sul nastro d’asfalto senza il minimo preavviso tagliandoti la strada con intensità a volte anche pericolosa. Il rivolo spesso è talmente forte da creare un piccolo torrentello niente affatto piacevole da attraversare. Generalmente poi la fanghiglia che lo accompagna, oltre a insozzare tutto, è pericolosa perché scivolosa soprattutto in acquaplaning. Quello che attraversiamo forse un tantino troppo veloci, riduce le moto, gli stivaletti ed i pantaloni in un modo indecente. Per un colpo di fortuna troviamo sul percorso verso Moab, dove abbiamo l’intenzione di fermarci per la notte, una tettoia in costruzione. Ci accampiamo alla meno peggio, togliendoci gli abiti bagnati e calzando qualcosa di asciutto pena l’assideramento istantaneo. Si fanno pure sentire i morsi della fame considerando che non abbiamo ancora pranzato. L’intensità della pioggia varia secondo la nostra intenzione di rimetterci sulla strada. E’ direttamente proporzionale intendo; se decidiamo di ripartire aumenta a dismisura, se di contro decidiamo di rimanere cala quasi fino allo zero. Colorado di merda ! Passano le ore però e si avvicina la sera;  non possiamo certo trascorrere la notte sotto una tettoia per giunta senza nulla da mangiare in compagnia solo di una bottiglia di bourbon! Ci bardiamo e ci rimettiamo sulla strada. Dopo un paio d’ore la pioggia finalmente cessa e sulla US40 in direzione Maybell, arriviamo a Moab e ci fermiamo senza badare troppo al costo del motel dove alloggiare. Siamo fortunati ci tocca un bel cottage con addirittura due camere. Affamati acceleriamo i tempi per non rimanere a stomaco vuoto. Nelle cittadine del west dopo le 21.00 se cerchi cibo ti guardano scocciati. A poche centinaia di metri troviamo un ristorantino niente male dove ci rifocilliamo e colgo l’occasione per comprare qualche souvenir nell’attiguo store. La mattina dopo ricontrolliamo la catena: siamo punto e a capo, come non l’avessimo cambiata e operiamo l’ennesima regolazione. E’ altrettanto chiaro che non possiamo continuare in questo modo e la moto andrà sostituita appena troveremo una sede  Eaglerider sulla strada. Ma non sarà a breve. Il giorno successivo ci attende un bel percorso ed una altrettanto bella destinazione: Canyonland con Arches Park. Il sole ed il tepore del mattino ci mettono di buon umore e dopo la solita colazione proteica, per me ed Andrea sempre di buon’ora, ci rimettiamo in marcia. Non ci dimentichiamo mai di Marco però, sapendo che rimane volentieri a dormire una mezz’ora in più ci preoccupiamo sempre di portare al nostro ritorno un buon succo d’arancia con un muffin, una macedonia o ciò che capita. L’uomo pitone apprezza e ringrazia. Che dire di Canyonland? Niente, tanto i canyon sono tutti uguali. Non posso dire una cippa neppure di Arches Park perché la strada è chiusa a causa dei danni provocati dall’ennesimo, fottutissimo ma stavolta enorme “flash flood”. Per vedere gli archi di pietra bisogna scarpinare per due miglia sotto un sole a picco; Marco ed Andrea accettano la sfida. Io di contro accetto l’ombra di un gigantesco camper parcheggiato vicino le nostre moto ed attenderò per ben due ore che i due eroi ritornino madidi di sudore e completamente disidratati. Mi basterà poi vedere le foto, tanto Andrea tutte le sere le scarica sul notebook. Scherzi a parte i colori di quelle terre sono bellissimi e solo apparentemente i luoghi appaiono uguali. E’ vero, domina il rossiccio ma ogni ambiente ha caratteristiche proprie e soprattutto diverse se si ha la capacità di coglierne i particolari. Ci rimettiamo alla guida in direzione di Monticello (già proprio così in italiano) dove faremo tappa per la notte. Arriviamo nel tardo pomeriggio e occupiamo la camera nel solito discreto motel. Ci docciamo e mettiamo alla ricerca di un posto dove cenare; non siamo fortunati questa volta. Non descrivo il locale soltanto per pudore e per di più non servono alcolici. Solo la tempestiva trovata di Andrea nell’indossare la maschera di Bambi con la titolare, la solita pantegana da un quintale che giuggiola scoprendo che siamo italiani, fa si che ottenga in permesso di andare a prendere un paio di birre nello store vicino e poterle consumare al tavolo insieme alla solita insalata. Mi perseguita la consueta sveglia biologica delle 5.00, se va di lusso 5,30, della mattina. Il fatto che la sera solitamente, causa la stanchezza delle miglia percorse quotidianamente, non riesca a rimanere sveglio oltre le 22.30 non la giustifica per nulla. Considerando che normalmente in Italia le mie 8 ore le dormo regolarmente, dovrei riuscire a dormire minimo fino alle 6,30…bah! Il giro di oggi prevede il Mesa Verde National Park. Negli USA qualsiasi cosa può diventare National Park anche una grossa pozzanghera con uno scheletro di vacca sul bordo che biancheggia al sole. Figuratevi un po’ cosa farebbero se disponessero degli italici tesori. Dopo colazione partiamo ma senza bagagli poiché la sera è previsto il ritorno a Monticello. Imbocchiamo la US491 che ci porterà a destinazione direttamente a Mesa Verde. La statale è dritta come un fuso ma in compenso all’interno del parco si distende una bellissima strada tutta curve che ci permette di “sgranchire” il polso destro. Molto gradevoli e particolarmente interessanti anche i pueblos incassati nella roccia e le costruzioni dove vivevano le popolazioni indio insediatesi in quella zona intorno al settimo secolo dopo Cristo. La vegetazione somiglia moltissimo alla nostra mediterranea ed anche i profumi la ricordano non poco. A tratti mi sembra di percorrere l’entroterra sardo! Ci fermiamo spesso all’interno del parco per fotografare gli scavi, i mini musei, ed i paesaggi dai vari punti di osservazione. Abbandonato il parco imbocchiamo la US145  un bellissimo percorso tutte curve in direzione di Lizard pass. Passo che affrontiamo in scioltezza e divertendoci parecchio. Ritorniamo poi sulla US491 che ci riporterà a Monticello. Un gran bel giro con un gran caldo. Peccato che la catena sbatacchi sempre più e non ne possiamo più di tirarla. L’ennesima telefonata a Eaglerider ha generato perlomeno un risultato: la sede di Sedona, in Arizona, ritirerà la Honda e mi consegnerà un’altra moto. Il tutto è previsto fra un paio di giorni; ancora un po’ di pazienza e di sbattimenti di catena! La sera ci concediamo una bella cena in un ristorante molto carino che purtroppo non abbiamo scoperto la sera precedente. Una via di mezzo fra un posto ove mangiare (bene) e una vendita di oggetti tipici indio. Ed infatti la mattina dopo oltre la colazione farò incetta di souvenir. Sarà l’unico locale dove notiamo una macchina per il caffè come ci sono nei nostri bar, peccato che ne facciano un uso improprio. La barista fa due o tre espressi, li travasa nella tazza grande ed aggiunge un po’ di “beverone” in modo tale da rovinare tutto! Sono ben strani sti americani! Considerando che fra un paio di giorni dovrò riconsegnare la Honda e non vogliamo prestare il fianco ad ulteriori critiche che ci potrebbero venire mosse, decidiamo di dare una sciacquata alle moto presso un autolavaggio. In effetti anche la Tiger di Marco ma soprattutto la HD di Andrea hanno bisogno di una ripulita. Il fango secco è ovunque. Carichiamo i mezzi e partiamo verso una delle mete più ambite di tutto il tour: la Monument Valley. Tengo molto a varcare i confini di una delle più conosciute e vaste terre che appartengono, o per meglio dire costituiscono, la nazione Navajo. Già perché è una vera e propria “nazione nella nazione” quella Navajo, con un proprio presidente tra l’altro. Imbocchiamo la US191 in direzione di Bluff, poi la US163 ci conduce dentro la Monument Valley (dalla parte dello Utah). Poco prima di entrare nella Valley siamo distratti da un assembramento di cavalli lungo strada. L’area è adibita a rodeo dove giovanissimi cavallerizzi si allenano e scaldano i puledri. Il rodeo è  riservato ai nativi e dalle locandine esposte capiamo che è il più importante fra quelli che si svolgono nella contea. Andrea si diverte a scattare qualche foto e girare un filmato sulle loro performances prima di proseguire per la nostra meta primaria. Ora dire quante volte ci siamo fermati nelle Valley per scattare foto diventa difficile. Lo spettacolo è quasi pari a quello offerto dal Grand Canyon. Di un color mattone intenso queste montagne erose dal vento risultano veramente uniche nella loro magnificenza. Altre sono ridotte a mozziconi tanto sono consunte, ma le grandi sono imponenti. Non è possibile non pensare poi alle decine di film girati da quelle parti. Come non ricordare “Ombre rosse” di John Ford? Il sole come sempre picchia di brutto e oltre al rifornimento di benzina ci fermiamo presso un locale gestito dai nativi per mangiare qualcosa e soprattutto fare scorta di acqua. Acqua che consumiamo in quantità industriale. La lingua Navajo è così complicata da essere stata utilizzata dagli americani durante la guerra nel pacifico contro i giapponesi, allo scopo d’impedire al nemico ogni comprensione qualora fossero state intercettate le comunicazioni radio. E proprio qui abbiamo scoperto ma soprattutto siamo stati edotti sul termine “cippewa”. Termine che però va usato esclusivamente con l’esclamativo: quindi “cippewa”! Che tradotto significa: “sticazzi”! Per esempio: ti attraversa la strada un cervo reale da 300 kg mentre arrivi a 70 miglia all’ora? Viene spontaneo un bel “cippewa”! Passeggiando per la macchia ti trovi difronte un crotalo diamantino che i sonagli quasi te li scaglia in fronte da quanto è incazzato ? Calza a pennello un “cippewa”! Capito il senso?

Avrete notato che non mi sono mai soffermato nel descrivere i pranzi del tour poiché in realtà pranzi lo sono stati raramente. Generalmente ci siamo accontentati di un panino o spuntino sui generis poiché ci premeva soprattutto rimpinguare le scorte di acqua. Andrea ha spesso optato per le barrette di carne salata come usavano i cow boys ai tempi del vecchio west. Ha soltanto confuso il cavallo in carne ed ossa con il suo che era d’acciaio. Meno male che non avevamo il tempo per accamparci e cucinare fagioli in padella altrimenti…..Proseguiamo poi sulla US160 in direzione Tuba City fino ad incrociare la US89 che ci porterà a Flagstaff  in Arizona dove è prevista la tappa per la notte. Qui ci fermeremo per ben tre notti. L’intenzione primaria era quella di fermarvisi per due sole ma poi la voglia di prenderci un po’ di riposo ed i tempi tecnici per la sostituzione della mia Honda ci hanno invogliato a modificare il programma. Flagstaff non sarà scelta a caso. Marco si è ben informato per tempo. La cittadina ha una storia alle spalle, una storia legata principalmente alla stazione ferroviaria conosciuta già ai tempi del far west. Si è dimostrata in effetti il centro più carino di tutto il tour. A differenza degli altri che sembrano uscire dai classici film rurali americani, Flagstaff sembra più una New Orleans in miniatura (a grandi linee eh?) con stabili a due piani, locali o ristoranti in genere, dove la gente beve e chiacchera sui balconi o nei giardini. Fra le altre cose offre anche bei negozi per lo shopping. Da non dimenticare, fra l’altro, che si affaccia su un pezzo di quella che fu la gloriosa Route 66 ricordata da quelle parti un po’ ovunque. E dulcis in fundo qui si insedieranno al primo e secondo posto le due fanciulle più carine viste in tutto il tour (esclusa Las Vegas che ovviamente abbiamo considerata fuori portata). Prima della partenza da Malpensa infatti, bevendo l’ultimo vero caffè, avevamo buttato lì un’idea: “Mettiamo 10 posti disponibili per 10 belle ragazze che ci capiterà di vedere negli States”. Una specie di top ten “gnocchifera” insomma. Al primo posto si era insediata a pieno titolo la giovincella del bar di Price (l’unica accompagnata ricordate?) ma presto avrebbe dovuto cedere lo scettro. Alla ricerca della solita base per la notte, capitiamo in un motel proprio sulla main street che un tempo era un pezzo della Route 66. Per inciso la main street per tutte le città e cittadine degli States rappresenta la strada principale. Da quella partono, a destra e sinistra, le varie altre arterie, più o meno larghe, che compongono la topografia del sito. La proprietaria, oltre ad essere la solita pantegana da un quintale, è simpatica come l’influenza. I due figli sembrano usciti da due film diversi. Il primo, con lunghi capelli e barba, da “Hair” soprattutto per le pupille stile “girella” che denotano l’assunzione di un massiccio quantitativo di stupefacenti. Il secondo risulta persino difficile descriverlo. Capelli ispidi pettinati all’indietro a formare una criniera, basettoni identici a quelli di Logan, il Wolverine di X-men, e un cane lupo al guinzaglio. Uno svalvolato di livello intergalattico insomma. Anche qui come in Vegas durante il we i motel sono sempre pieni. Pare essere molto gettonata sta Flagstaff! In ogni caso riusciamo ad ottenere una stanza dall’amena famiglia Davis. Stanza nella quale campeggia sull’intera parete il disegno del cartello della Route66 come a dire: attenzione, qui siete in un motel che fu sulla US66, la strada (federale) più vecchia d’America! A noi interessa di più il fatto che sia a pochi minuti a piedi dal centro, quindi comodissimo. Ci laviamo, ci sistemiamo e chiediamo consiglio a “girella” dove poter mangiare bene. Ci fornirà consigli apprezzabili sia per mangiare la solita carne sia per altro. Andiamo alla scoperta del centro che ci piacerà parecchio. Degni di nota i magnificenti ed enormi murales che campeggiano sugli stabili della città. Marco ne fotograferà diversi e di molto belli. Qui troviamo anzitutto un bel locale dove la top ten “gnocchifera” verrà immediatamente arricchita, al primo posto, dalla bionda che ci servirà la prima cena in città. Una di quelle tipe in dima di brutto che “fanno sesso”. Passeggiamo ancora per diverso tempo prima di andare a coricarci, scoprendo persino una sede Eaglerider che, ancora non lo sappiamo, ci tornerà parecchio utile. Il mattino dopo già alle 6,30 io e Andrea siamo difronte ai dispencer del caffè. Ci prepariamo poi per raggiungere Sedona che dista soltanto una ventina di miglia da Flagstaff. La filiale Eaglerider del luogo, precedentemente avvertita, mi dovrà consegnare la nuova moto e ritirare la Honda. Cosa mi spetterà da cavalcare ancora non lo so, anche se è certo che sarà una HD. Usciamo da Flagstaff e imbocchiamo la 89A, una bellissima strada secondaria che attraversa una foresta molto folta. Il fondo è perfetto e persino il “pachiderma” che guida Andrea si muove così bene da strisciare il cavalletto. L’aria è talmente frizzante da risultare quasi fastidiosa ma i colori sono stupendi. In effetti in Arizona si può passare dalle rocce della Monument Valley alle praterie per giungere poi alle foreste verdeggianti. Gran bello stato! I China Crisis nell’86 gli hanno persino dedicato un pezzo, “Arizona sky”, per sottolineare la bellezza di quel cielo. In realtà è azzurro quanto il nostro in Italia, saranno le nuvole ad essere diverse, boh. Ci divertiamo un sacco su quelle curve ma quando arriviamo a Sedona fatichiamo non poco a trovare la filiale Eaglerider. Quando finalmente riusciamo a scovarla fortunatamente non perdiamo troppo tempo per il cambio moto. Il solito tipo con la maglietta HD, baffoni grigi e codino verifica lo stato della catena, del pignone e della corona che sembrerebbero in buono stato. Cosa determina in ogni caso l’allungamento esagerato della catena di trasmissione non è comprensibile. Bestemmia qualcosa sulle moto giapponesi e scuote a più riprese la testa. Dice al socio di prepararmi la moto sostitutiva e già dando un’occhiata a quanto è parcheggiato lì intorno mi preoccupo. Quando il socio estrae dal parcheggio la moto che dovrei cavalcare passo dalla preoccupazione alla disperazione: una Road King! Un altro pachiderma da 350 kg. Lui nota il mio sguardo depresso e afferma:

“ Niente paura è solo più pesante e grossa della tua”.

Tento di corrompere Marco appellandomi alla nostra amicizia, alla sua esperienza sulle custom, alla sue gambe lunghe ma con scarsi risultati. Anzi i due miei compagni di viaggio, due pirla, se la ridono. Quando mi accendono il bisonte in faccia capisco che non ho scelta; mi rassegno e mi ci siedo sopra. Simulo freddezza e padronanza di movimenti nel raggiungere la strada dopo aver salutato i tizi di Eaglerider, ritirato il contratto e data un’ultima occhiata allo scheletro umano che cavalca una vecchia HD accanto la porta. Penso che è esattamente l’aspetto che avrò fra qualche settimana. Dopo poche centinaia di metri percorsi con la King però mi rendo conto che i miei timori erano infondati. Soprassedendo al fatto che fermo in coda al minimo sembro aggredito dal Parkinson allo stadio terminale, per il resto il bestione si muove bene. I 1.700 cc del motore si fanno sentire tutti e spingono il bisonte con una coppia esagerata. Ormai la mattinata è andata, decidiamo di mangiare qualcosa di veloce e ritornare in Flagstaff sulla medesima strada tutta curve per concederci il pomeriggio di riposo e shopping. Devo ammettere che la mia moto è molto meno peggio di quanto ipotizzassi. E’ agile tutto sommato, certo si parla sempre di passeggio, frena bene e il gran freno motore è sempre lì pronto ad aiutarti. In più il cruise control è un bel giocattolo e si rivelerà utile sul noioso “dritto” del giorno dopo. Tornati in Flagstaff ci rinfreschiamo e ci dedichiamo allo shopping. Lo store della stazione ferroviaria già ci offre il primo spunto ma poi i negozi della cittadina si riveleranno assai più interessanti. Il locale della sera prima, ma la bella bionda non c’è, ci permette di consumare la solita IPA. Marco se ne va a zonzo da solo e recupera, con mio sommo gaudio, le Patches della Route66 per i nostri giubbotti di pelle che attendono a casa. Ci divertiamo a scarpinare girandola nuovamente in lungo ed in largo. Non c’è uomo sopra i cinquanta che non indossi il classico cappello  western; se c’è è un turista! La sera ceniamo in un locale consigliato dal “girella” che intorno alle 17 era alle prese con un barbecue nel bel mezzo del parcheggio del motel (!)  Del resto il motel è suo è fa ciò che meglio crede anche se affumica tutti. Osserviamo un convoglio ferroviario in transito: quattro locomotori diesel e 123 vagoni trainati: CENTOVENTITRE! Ogni vagone trasporta due container uno sopra l’altro. Sti americani, devono sempre esagerare! Meno male che da quelle parti non ci sono né ponti ne gallerie. Mentre il convoglio termina, riecheggia un “cippewa!”. Al rientro al motel non possiamo verificare la presenza in zona dell’uomo lupo, ma prima di coricarci non mancheremo di consultare il calendario temendo la luna piena. La mattina dopo ci attende la visita alla Petrified Forest. Come al solito alle 7.00 Andrea ed io siamo in piedi da più di un’ora. I soliti dispencer del caffè ci aiutano ad iniziare a modo la giornata con pane tostato, marmellata e yogurt con cereali. Scarichi dei bagagli, poiché dormiremo ancora dai Davis per una notte, partiamo  imboccando la Interstate40 in direzione di Winslow  e proseguendo per Holdrock. La strada è di una noia mortale senza nulla da segnalare se non i soliti affascinanti spazi a destra e a manca. Meno male che il cruise control mi permette di giocare un po’. Abbiamo la linea ferroviaria alla nostra destra con il solito, chilometrico, convoglio che più o meno viaggia alla nostra stessa velocità. Mi diverto a contare i vagoni finché non rischio di schiantarmi fuori strada; meglio lasciar perdere. A saperlo comunque col piffero avremmo sprecato la giornata per raggiungere la foresta pietrificata che, sappiatelo, merita senza ombra di dubbio l’appellativo fantozziano dedicato alla corazzata Potemkin: “è una cazzata pazzesca!” Passiamo rasenti il Meteor Crater  ma siamo talmente delusi dalla giornata anonima che tiriamo dritti. Ci consoleremo la sera con una pizza quasi buona, ma soprattutto servita dalla terza ragazza, una bruna dagli occhi chiari, meritevole di entrare nella top ten “gnocchifera” (per me meriterebbe il primo posto ma i miei compagni di viaggio votano per la bionda da sesso di due sere prima). Non pretendiamo che sia buona come da noi, la pizza intendo perché la cameriera lo è eccome, ma in effetti ho mangiato di peggio in Italia e poi c’è sempre la santa IPA che ci dà una gran bella mano. Passeggiamo per il centro e consumiamo al nostro  locale preferito il bicchiere della staffa con il quale ci congediamo da Flagstaff. Ho la sventurata idea di prendermi un Lagavulin 16 anni che mi costerà il rimprovero di Marco per i 20 $ spesi solo per me. Già, perché avevamo deciso prima della partenza di costituire, su una carta di credito temporanea, una cassa comune che si rivelerà un’ottima idea per le spese generali che coinvolgono tutti come i motel, cene e colazioni. Il mattino dopo subito dopo la partenza avviene l’unica nota stonata dell’intera vacanza. Il programma prevede il ritorno al Grand Canyon ma dalla parte sud (South Rim). Un bel giro in zona e tappa per la notte a Prescott. A poche centinaia di metri dal motel dei Davis, poco dopo essere partiti, non mi rendo conto di essere troppo vicino ad Andrea che al giallo di un semaforo frena ed io, per non tamponarlo, inchiodo. Il bisonte mi chiude lo sterzo a destra e anche se praticamente da fermo sdraio la moto. Il  paramotore e le borse salvano il mezzo ma il mio piede destro rimane sotto la pedana e soprattutto sotto i 350 kg della moto. Già questo basterebbe a rovinare la giornata ma non basta. La leva della pompa urta l’asfalto e l’impianto freni anteriore smette di funzionare. Subito pensiamo alla sede Eaglerider poco distante scoperta due giorni prima. La raggiungiamo e spieghiamo l’accaduto. Pensiamo possa bastare uno spurgo all’impianto freni ma così non sarà. Nel frattempo, sebbene Andrea abbia procurato un sacco da 5 kg di ghiaccio che ho subito posizionato sul piede, questo si è gonfiato come uno zampone. I titolari della sede Eaglerider ci spiegano che l’avvenimento è da considerarsi come incidente ed in tal caso il contratto decade e la moto va trattenuta al di là del fatto che possa o meno circolare. Dovrei stipulare un altro contratto per un’altra moto. Si dimostrano comunque molto comprensivi oltre che disponibili (da notare che sono tutti immigrati tedeschi ) e ci offrono, dopo aver contattato la sede di Vegas dove abbiamo ritirato le moto, la possibilità di continuare il viaggio praticamente a costo zero affidandomi una Fat Boy. Sarà a mio carico soltanto la riparazione della Road King, soltanto si fa per dire perché sarà una spesa di quasi 800 $ (l’assicurazione stipulata sulle moto ha una franchigia di 1000 $), ma posso ripartire con un altro mezzo perlomeno. Il Fat Boy, con lo stesso motore del King ma più leggero essendo una naked, si rivelerà più maneggevole e divertente anche se il solo disco anteriore praticamente lo rende sfrenato. Montando gli scarichi Vance & Hines completamente aperti è un autentico bombardone. Ogni accelerazione equivale ad un “rombo di tuono” nel senso letterale del termine. Parecchio gustoso direi. Certo l’aria te la becchi tutta ma tanto alle velocità americane…..Marco mi chiede se me la sento di affrontare il resto della tappa. Il piede mi fa male ed è sempre gonfio ma tanto farebbe male comunque anche se stessi fermo quindi tanto vale stringere i denti e proseguire con il programma. Imbocchiamo la US180,  che nel primo tratto è molto bella, fino a giungere al Grand Canyon South Rim. Purtroppo non posso accompagnare i miei compagni di viaggio nell’escursione a piedi. Praticamente non riesco a camminare se non come Robocop. Li attendo all’ombra di un gazebo scalzando il mio povero piede ormai quasi tutto viola. Meno male che ho utilizzato subito il ghiaccio che Andrea si è precipitato a recuperare che ha “estratto” la botta, altrimenti con tutta probabilità non avrei potuto neppure ricalzare lo stivaletto. Mangiamo un terrificante panino al bar del posto e riprendiamo la via sulla US64 e poi sulla US89 prendendo la direzione di Prescott dove facciamo tappa per la notte. La strada fra l’altro sarebbe divertentissima da percorrere se non fossi pesantemente distratto dal mio precario stato fisico. In Prescott alloggiamo nel peggior motel di tutta la vacanza. Sia sufficiente il fatto che cartelli appesi indicano chiaramente di mettere in sicurezza la porta e chiedere chi è prima di aprire (!) Scatta in automatico un preoccupato “cippewa”! Senza descrivere troppo i metafisici soggetti che vagano per il motel, uno per tutti: un ispanico con tatuate due corna da caprone sulla testa rasata! Mentre scarico la moto si avvicina la solita pantegana, stavolta bionda ed in più strafatta e barcollante. Sovrappongo i due indici delle mani a mo’ di croce pensando “vade retro essere immondo” ma continua ad avanzare blaterando parole in un idioma che sembra sanscrito più che inglese. Non capendo una beneamata cippa di ciò che dice, decido di troncare il tutto con un bel “I’m sorry i dont speak english, good evening” sperando che capisca, giro i tacchi e me ne vado zoppicando; il piede pulsa come il cuore di un elefante e forse, e dico forse, soltanto se avessi avuto di fronte Liv Tyler avrei potuto gradire una conversazione. Marco ed Andrea cercano un posto dove cenare, io di contro decido di rimanere in camera a far riposare il piede sotto il ghiaccio (e fare la guardia ai bagagli). Mi accontenterò di una fetta di torta di mele che mi porteranno i ragazzi. E sarà più che sufficiente perché la “apple torte” yankee oltre le mele contiene crema e burro in proporzioni tali da rifocillare agevolmente con una sola porzione persino un cinghiale.

Bussano alla porta. Tolgo il ghiaccio dal piede sacramentando non poco, mi alzo a fatica dal letto e apro:

“Perchè hai aperto? – dice Marco –  C’è tanto di cartello che avvisa di chiedere chi è. Al limite apri con la sicura; potevamo essere dei malintenzionati”

“Maleintenzionati non saprei – penso –  ma pirla di sicuro visto che avete la chiave e mi avete fatto alzare comunque dal letto sapendo che mi fa male il piede!”

Ho già citato i limiti di velocità, ma ciò che non ho sottolineato è l’indifferenza di chi dovrebbe farli rispettare. Il fatto che agenti di polizia spuntino fuori da improbabili nascondigli o che osservatori aree (droni o altro) ti spiino ogni volta che ti metti in strada è una leggenda metropolitana bella e buona. Noi siamo sempre stati mediamente dalle 10 alle 15 miglia oltre il limite segnalato (e spesso anche oltre) senza che nessuno intervenisse per imporci medie più tranquille. O siamo stati straordinariamente fortunati o negli stati da noi attraversati “la Police” non è particolarmente severa. Vuoi per la stanchezza vuoi per il piede malconcio mi sveglio un pochino più tardi del solito, o meglio mi sveglio alla solita ora ma resisto un po’ di più sotto le lenzuola. Non vado a fare colazione, profitto della solita porzione di torta che mi porteranno i miei compagni di viaggio, anche perché causa il mio zoppicare mi occorre parecchio tempo più di loro per prepararmi alla partenza.

“Troppo vicini alla California per non sconfinare” avrà pensato il nostro “capitano”.

Ed infatti la decisione è quella di affrontare la Death Valley da sud-ovest transitando da questo stato. La tentazione di aggiungere il 6° stato ai 5 previsti sul nostro “road book” è troppo forte. Inavvertitamente  accendo il Fat Boy senza accorgermi che Andrea è chino proprio nei pressi dei suoi scarichi. Rimarrà senza l’uso dell’orecchio destro per parecchi minuti. Chiedo a Marco se vuole provare il bombardone e lui acconsente senza troppo entusiasmo. Imbocchiamo la US89 che poi diventerà per un pezzo la US71, fino ad incrociare la US60. Tutte strade piuttosto noiose se non fosse per la presenza sulle colline circostanze di cactus a volte impressionanti per altezza e circonferenza. In un bar della zona dove ci fermiamo per bere qualcosa di fresco chiediamo ad una anziana spugna con birra a corredo se in zona c’è qualcosa di interessante da vedere. La tipa sembra riflettere un attimo e poi replica serafica:

“Qui, in zona? ……i cactus!”

Si, grazie, ce n’eravamo accorti vecchia babbiona! Continuo a domandarmi cosa possa spingere un essere umano a vivere da quelle parti e non certo solo perché i cactus mi stanno sui maroni. Riprendo possesso del mio Fat Boy dopo che Marco l’ha battezzato come un “camion” e proseguiamo. Più avanti ci accorgiamo che sul nastro d’asfalto, disegnato su entrambe le carreggiate, campeggia, enorme, il famosissimo simbolo della storica Route66. Consultando la cartina sembrerebbe un miraggio. Non ci facciamo troppe domande e scattiamo foto a raffica. Poco dopo facendo rifornimento incrociamo un gruppo di “crucchi” capitanati da una guida olandese che capisce immediatamente che siamo affittuari di Eaglerider e ci propina gli itinerari della propria società di noleggio moto. Trangugio un’imbevibile bibita con marchio US66, la sera capiremo di aver bevuto dai 3 ai 4 litri di bevande a testa fra acqua, Gatorade ed altro e ripartiamo. Transitiamo da Quartzsite e puntiamo verso Blythe dove abbiamo intenzione di pernottare. Il piede mi fa leggermente meno male, anche se zoppico ancora vistosamente, e mi permette di accompagnare i miei compagni di viaggio per un giro nella solita e deprimente cittadina. Non offre veramente nulla e neppure riusciamo a cenare decentemente in un ristorante messicano pure brutto. Unica nota positiva uno store dove riusciamo a reperire una nuova bottiglia di bourbon. Ci accomodiamo a bordo piscina godendoci la brezza serale californiana in compagnia del whisky appena acquistato. Abbiamo notato che la California è l’unico stato dove siamo transitati da una specie di dogana con tanto di agenti di confine. Prima di metterci a dormire Marco si lancia in una filippica su lastre al piede, denunce per l’assicurazione, rimborsi per l’infortunio subito ecc. Tento di replicare un paio di volte alle sue argomentazioni sostenendo che, se proprio non sarà necessario, preferirei evitare tutta sta trafila. Alla fine si arrende con un:

“Teo,fai finta che non ti abbia detto niente”

Manco fossi un deficiente che non capisce una cippa. Il che magari è vero ma c’è modo e modo no? Ma tu guarda come mi trattano sti giovinastri! La mattina successiva facciamo colazione fra un gruppo di anziani messicani casinisti che urlano e sghignazzano. Per forza gli americani cercano sempre di prenderli a calci. Acceleriamo i tempi per toglierceli dai maroni e puntuali partiamo in direzione di Palm Spring. Litighiamo con gli erogatori delle pompe di benzina che in California sono tutte dotate di ridicoli gommoni per il recupero dei vapori, i quali offrono l’unico vantaggio di farti sacramentare all’infinito quando riempi il serbatoio perché non li puoi inserire in profondità nel foro e la leva dell’erogatore continua a scattare a vuoto. Chissà se anche a Los Angeles, una delle città più inquinate del mondo, gli erogatori sono dotati di gommoni per il recupero dei vapori! Ma l’ho già scritto che gli americani sono paranoici. Imbocchiamo la Interstate10 in direzione del Joshua Tree National Park. All’interno del parco si snoda una strada molto bella tutta curve che attraversa un’arida zona desertica con piante grasse di strana foggia alte un metro. Riusciamo a fotografare la famosa “Yucca Brevifolia”, quella che campeggia sulla copertina dell’album degli U2 dell’87 “The Joshua Tree”; non che sperassimo di rintraccare proprio quella riprodotta sulla copertina dell’album ma tanto una vale l’altra. Uscendo dal parco ci troviamo di fronte alla “ridente”  Twentynine Palms alla quale Robert Plant ha dedicato una canzone nel suo album “Fate Nations” del 93. Rallento, osservo con attenzione i dintorni, le case, le strade e non capisco il perchè di tale dedica. Conto tutte le palme che vedo rischiando di schiantarmi contro diversi muretti ma sono ben più di 29. Però sono passati più di vent’anni e magari ne è nata qualcuna di nuova. Bisogna assolutamente che mi procuri il testo tradotto della canzone,forse potrei capire. Ci perdiamo due o tre volte in strade secondarie fino a giungere ad un benzinaio dove mangiamo qualcosa e rasiamo i serbatoi. Consultiamo la cartina e decidiamo di proseguire sulla US247 fino ad incrociare la Interstate15 che ci porterà a Baker dove pernotteremo. Arriviamo piuttosto provati dal caldo ma abbiamo prenotato per tempo nell’unico motel della cittadina e siamo tranquilli. Baker è famosa per possedere il più alto termometro del mondo la cui utilità ci sfugge. Unica nota positiva della tappa il ristorante greco a fianco del motel dove ceneremo più tardi e faremo colazione la mattina dopo. Le statue in gesso che ripropongono capolavori e cariatidi elleniche posizionate ovunque ci fanno solo ridere, in compenso cibo non è male (potevo non prendere un’insalata greca?) e anche la macedonia per la colazione della mattina dopo sarà degna di nota insieme allo yogurt ed ai dolcetti. Il mio piede, che tratto ogni sera con ghiaccio, non mi permette ancora di passeggiare come vorrei ma perlomeno l’articolazione della caviglia ha ripreso a funzionare pur scricchiolando un po’. Non che Baker offra molto tutt’altro, giusto la solita passeggiatina prima di coricarci e fare la conoscenza di Octavio che lavora da anni nello store vicino al motel e che cerca di convincerci sull’inutilità di attraversare la Death Valley. Lui è a due passi e non c’è mai stato, ci sarà pure una ragione no? Scoprirò che ha ragione! Baker fra l’altro dista solo 180 miglia da Los Angeles ma ormai…..La mattina dopo i gradi indicati dal termometro più alto del mondo ci fanno capire che giornata dovremo affrontare. La Death Valley ci attende; l’affronteremo solo dopo aver non solo rasato i serbatoi  bensì aver fatto una scorta d’acqua degna di nota. Proseguiamo sulla Interstate15, deviamo sulla US127 e poi sulla US178 che la percorre. La sera precedente avevo suggerito di partire molto presto in modo da attraversarla nelle primissime ore del mattino con il fresco. Ma i due “pitoni” avevano nicchiato dicendo che non c’era fretta. Ne pagherò le conseguenze! Transitiamo per un microscopico centro, Shoshone, dove ci fermiamo per il rifornimento e profittiamo per far visita al piccolo museo. Il termometro esterno avverte che già ci sono 41° e siamo ancora lontani dalla Death. Quando iniziamo ad attraversare la valle noto subito che qualcosa non va. Respiro a fatica e l’aria da calda è diventata rovente. In più Marco non ne vuol sapere di passare le 45 miglia all’ora e non capisco perché. Lo sorpasso sperando che l’aria che mi investe mi consenta almeno di non morire sul posto. Intorno alle 60 miglia all’ora stacco i miei due compagni di viaggio e accelero sempre più sperando che quell’inferno finisca al più presto. Grattando le padane del Fat Boy  a destra e sinistra sulla strada con troppe curve per quel ritmo, arrivo a Bad Water (acqua? magari ci fosse!) un posto dove ci si ferma a fare foto (ma a che?) e manco a dirlo non cè uno straccio di tettoia ne tantomeno acqua. Mi fermo comunque perché non ce la faccio più a continuare. Neppure nei bagni pubblici c’è acqua. Quando entro per puro miracolo non svengo a causa dei miasmi pestilenziali che vi aleggiano. Non aspetto neppure dieci minuti che Marco e Andrea arrivano e posso attingere dalla scorta d’acqua. Già, mi ero dimenticato dell’acqua! Mi riprendo un attimo mentre la gente intorno a me fotografa il sale generato dell’unica fonte presente, salata appunto. Ci troviamo nel punto più basso dell’intero continente americano, 282 piedi sotto il livello del mare. Proseguiamo, transitando da Zabriskie Point dove Michelangelo Antonioni nel 1970 piazza a fondo valle i due protagonisti Mark e Daria a fare l’amore:

“Ca@@o in mezzo a crotali e scorpioni ?” –  Ci sono posti migliori dove farlo!

Incrociamo la US190 dove facciamo tappa per rifocillarci in una specie di centro turistico che dispone di uno store dove, per grazia del buon Dio, l’aria condizionata a palla mi permette di abbassare la temperatura corporea a livelli accettabili. Facciamo un po’ di shopping. Mi cibo di due gelati e mi piazzo per un’oretta buona sotto gli ugelli del patio esterno, i quali irradiano acqua nebulizzata. Mi tolgo da là sotto che praticamente sono zuppo; come se avessi fatto una mini doccia ma vestito. Attenderei volentieri la sera ma dobbiamo proseguire per fare miglia il più possibile prima di fermarci per la notte. Le cose migliorano nonostante il caldo torrido, che ho stimato intorno ai 45°, perché improvvisamente l’altitudine aumenta arrivando al limite dei 5000 piedi e praticamente tutto bagnato dalla cintola in su come sono, l’aria che mi investe andando in moto risulta quasi fresca. Ricomincio a respirare per fortuna ma me la sono vista veramente brutta. Davvero pensavo che la mia bassa pressione mi facesse collassare. Percorriamo la US190 che diventa poi la US374 sconfinando di nuovo in Nevada. Da qui sulla US95 raggiungeremo Amargosa Valley, dove abbiamo prenotato per la notte. La US95 è la “Veterans Memorial Hawey” ed infatti notiamo il cimitero dei veterani. A dire il vero ne vediamo più d’uno ma non ci sembrano quelli perfetti e ben tenuti della Normandia, tutt’altro. Ci fermiamo per il rifornimento e parcheggiamo vicino a tre gigantesche Elecra Glide. Nei pressi dello store c’è un bar, mentre noi ci scoliamo l’ennesimo litro di acqua a testa, ne escono i tre coloriti proprietari già ad occhio “belli allegri”. Bardati da harleisti doc, uno dei quali in verità più da Village Peolple tutto in pelle, sul gilet del primo campeggia la patache “Vietnam Veteran”. “Cippewa”!  

Ovviamente ci chiedono da dove veniamo, blaterano qualche altro strafalcione e si avviano parlando di andare a bere ancora birra da qualche parte. Uno dei tre, il “village People” in miniatura, a stento riesce a mantenere la moto dritta e scommetto con me stesso, perdendo, che non giungerà alla strada senza cadere.

Commetto l’errore di dirlo ad alta voce e mi giunge subito la replica:

“Ce l’ha fatta lui da ubriaco a tenerla in piedi e non ce l’hai fatta tu da sobrio”.

Potevo starmene zitto. In ogni caso se dovessero fermarli e fare l’alcool test ci sarebbero manette per tutti e tre. Raggiungiamo il motel-casinò non senza difficoltà considerando la pessima segnaletica stradale. Abbiamo tutto il tempo comunque di fare un tuffo in piscina per rinfrescarci. Ci sono i due pitoni che stendono gli asciugamani e vorrebbero prendere un po’ di sole (!) Sole un cazzo! Ci stavo morendo sotto il sole! Meno male che la brezza serale ci viene in soccorso. Ceniamo discretamente all’interno del hotel e noto con sottile piacere che l’elfo bergamasco ha gli occhi stanchi. E’ provato, decisamente provato. Talmente provato da non sentirsi di alzarsi per prendere le solite birre! L’altro invece, l’uomo pitone/cactus che si crogiola con 45° all’ombra, è decisamente più in bolla. Essendo l’hotel l’unico caseggiato in mezzo al nulla i consueti due passi li facciamo intorno ad un recinto dove due asini e una capra cincischiano per tirare notte. Inserendo un quarto di dollaro in una macchinetta distributrice di granaglie possiamo divertirci a far mangiare un po’ gli animali. Ci piazziamo infine a bordo piscina gustandoci la brezza notturna del vicino deserto. Passiamo la serata così, chiacchierando. Domattina è prevista l’ultima breve tappa per tornare in Vegas e riconsegnare in mattinata le moto. Il pomeriggio lo dedicheremo a girellare per la città comprando le ultime cose. Abbiamo prenotato presso un motel8 senza badare troppo al costo (siamo nel we) che si rivelerà il più caro in assoluto di tutta la vacanza con poco meno di 300 $. Ci è comodo perché vicino al centro quindi a tutti i grandi hotel e casinò. Sappiamo che la vacanza si sta esaurendo, il tour in pratica è terminato, ed un velo di malinconia ci avvolge. Queste due settimane e mezzo sono letteralmente volate. Sono così rilassato e tranquillo, nonostante la seccatura del piede che duole, che mi concedo una sigaretta dopo mesi che non fumo. Così, senza il minimo timore di poter ricominciare a fumare. Ed infatti non accadrà. La mattina dopo ce la prendiamo con calma, ci stiamo dentro bene con i tempi e non c’è nessuna fretta. Facciamo colazione e ripartiamo sempre percorrendo la noiosissima US95 che ci condurrà direttamente in Vegas. Arriviamo dai rispettivi Eaglerider puntuali. Riconsegniamo i mezzi e dopo i  controlli, il trasferimento dei bagagli nelle valige e le solite chiacchere con le scuse del titolare per quanto accaduto alla Honda, possiamo finalmente raggiungere il motel dove poterci rilassare un po’. I due pitoni ne approfittano per un pisolino, la stanchezza accumulata inizia a farsi sentire, ma mi fanno una rabbia! Soprattutto perché la mia di stanchezza non mi consente di dormire così, a comando. Ci attendono diverse ore a zonzo per Vegas dove ancora una volta possiamo ammirare le brutture di questa città che più finta di così non si può. Tutto è stato così sfacciatamente copiato, da Venezia alla tour Eiffel, da risultare immediatamente stucchevole. Unico sito degno di nota il Bellagio dove all’interno della prospiciente piscina lo spettacolo offerto dai cannoni d’acqua a tempo di luci e musica è notevole. Come notevoli per altro sono i negozi all’interno dei centri commerciali o dei casinò. In uno, dedicato allo sport, abbiamo potuto ammirare tutto, ma proprio tutto, ciò che si potrebbe comprare in relazione a NFL, NBA e MBL. In un altro, dedicato a musica e cinema, una serie di oggetti unici da chitarre elettriche a foto o locandine autografate. Persino il foulard bianco usato da Jhon Wayne in “Rio Lobo”, sotto chiave in bacheca, con tanto di certificato di autenticità. Se dovessi citare poi tutti i soggetti strani e mascherati che si aggirano sui marciapiedi mi ci vorrebbe troppo tempo, da Mazinga all’Uomo Ragno incontriamo i travestimenti  più curiosi. Poi mimi, prestigiatori, musicisti, di tutto insomma. Ma soprattutto “gnocca”, quella vera che pensi possa essere geneticamente modificata da quanto è tale. La nostra personalissima top ten si è fermata a tre ma qui potremmo sforare di brutto. In ogni caso pensare di aver potuto occupare solo tre posti su dieci in tutto il tour tranne qui ci risulta deprimente. Lo standard dell’aspetto femminile, l’alimentazione sicuramente incide, è modello “pera” con le gambe. Siano esse bianche, nere (poche) o native; ma pere belle grosse eh? Giovani distribuiscono sui marciapiedi bigliettini che altro non sono che le foto delle “girls” che puoi contattare se ne hai voglia. C’è tutto, telefono, prezzo e soprattutto l’immagine “esplicita” della stessa squillo. Per cena decidiamo per il locale di Bubba Gump dove tutto riproduce il film Forrest Gump. Foto, locandine e persino l’abito hippie originale, chiuso in una bacheca, indossato da Robin Wright. Ovviamente la specialità sono i gamberi in tutte le salse. Ci dimentichiamo della caratura delle porzioni americane e ne prendiamo tre accompagnate dalle solite IPA. Mi usciranno gamberi persino dalle orecchie. Marco e Andrea vogliono chiudere la serata con qualche puntata al casinò ma io declino l’invito per la stanchezza che mi è piombata addosso all’improvviso e soprattutto a causa del mio piedone che, messo alla frusta per tutto il pomeriggio, comincia a farmi male. Li attenderò al motel difronte alla tv godendomi i risultati e le immagini della NFL, già sapendo che avranno perso tutte le fiche. Sistemiamo a modo il vestiario nelle valigie preparando tutto per la mattina dopo, quando dovremo raggiungere il McCarran per il volo. L’ultima colazione americana si rivela anonima, rapidissima e con l’unica nota piacevole di due ragazze russe niente affatto male che in abiti succinti sculettano a destra e a manca. La navetta arriva puntuale e ci conduce all’aeroporto. Affrontiamo il volo per New York sempre con Delta, fra minischermi che non funzionano e sedili troppo stretti, cercando di guardare fuori dai finestrini appena dopo il decollo, tentando di individuare dall’alto alcune delle strade che abbiamo percorso il giorno prima in moto. Arriviamo al JFK in ritardo e dobbiamo correre (io solo per modo dire) per l’aereo per Malpensa soprattutto per colpa dei soliti controlli paranoici. L’altoparlante continua a ripetere “ultima chiamata per il volo Alitalia per Milano” e sti pirla di Yankees a farci togliere le scarpe! Saliamo trafelati sull’aereo ma, a differenza del volo d’andata, non è stato possibile prendere posti attigui quindi siamo sparpagliati. Fortunatamente mi tocca il posto subito dopo la separazione della prima classe e non ho davanti nessuno. Ho quindi spazio a volontà per le gambe anche perché a fianco a me il secondo sedile è vuoto. Sarà occupato dopo qualche ora da Marco che potrà anch’egli allungare meglio i suoi trampoli. Il ritorno non è un volo in concessione ad altre compagnie; il servizio e l’aereo sono Alitalia. Un altro pianeta rispetto all’andata. Le hostess, impeccabili nei loro completi verdi, sono di ben altro livello rispetto a quelle di Delta. Quando viene servita la cena non mi formalizzo troppo nell’appoggiare il vassoio sulle ginocchia; non avendo innanzi a me sedili non vedo il tavolino ribaltabile. Quando l’elegantissima, profumatissima, raffinatissima hostess mi passa accanto noto l’espressione basita:

“Signore – mi sussurra – forse è più comodo così” e dal bracciolo estrae magicamente il minitavolino ripieghevole che non immaginavo neppure esistesse.

Prima di proseguire oltre mi rivolge un ultimo sguardo colmo di pietà probabilmente pensando:

“Beh, tutto sommato se sei abituato a viaggiare solo a terra e sui torpedoni anni 70 non è colpa tua!”

Andrea è riuscito a convincere un troppo effemminato stewart a servirci un paio di whisky dopo cena; non spetterebbero a noi pezzenti della classe economy ma l’elfo bergamasco è imbattibile in queste cose! Trascorrerà il resto del tempo a bordo con un occhio sempre aperto anche durante il sonno però. Sempre tramite lui poi scopro che anch’io, come tutti gli altri, posso contare sul minischermo nascosto ripiegato a fianco della mia poltrona e che mi servirà non poco nell’aiutarmi a trascorrere il tempo. Sorprendentemente, a differenza del volo di andata, riesco anche a dormire qualche ora con a fianco Marco che, come previsto, si è impiombato regolarmente in una posizione che neppure Eta Beta accetterebbe. Lo spettacolo che offre il sole sopra le nuvole al mio risveglio è strepitoso. Scatto qualche foto per fissarne le immagini. Arriviamo puntualissimi a Milano in mattinata ma perdiamo tempo perché lo zaino in stiva di Andrea va perduto. L’iter per la denuncia si protrae oltre misura; fortunatamente verrà recuperato qualche giorno dopo, intatto. Vengo riaccompagnato a casa dai ragazzi. Ci abbracciamo prima di separarci, decisamente affaticati. La vacanza è veramente finita. Il giorno successivo si tornerà in ufficio e rimarranno solo i ricordi supportati dalle foto che ci scambieremo. Abbiamo potuto ammirare posti unici al mondo, Gand Canyon e Monument Valley sopra tutti, incontrato personaggi bizzarri, alcuni veramente da ricovero psichiatrico immediato, ripercorrendo le mitiche “piste del vecchio west”. Peccato per Yellowstone ma il non averlo visto potrà essere la scusa buona per tornare da quelle parti prima o poi. Da quando abbiamo dato corso ai nostri Tours annuali, il record apparteneva al “TT tour Isola di Man” del 2006 con 4.400 km percorsi; oggi, dopo 8 anni, è stato battuto e difficilmente potrà esserlo ancora. Abbiamo percorso circa 6000 km in 6 stati degli USA con circa 400 km e 8 ore di moto in media giorno. In poche parole, anzi in una parola: “CIPPEWA”!